Nel 1984 tre teste attribuite ad Amedeo Modigliani furono recuperate dai Fossi di Livorno. Critici illustri le giudicarono autentiche, finché studenti e artista rivelarono di averle realizzate loro.
Nell’estate del 1984, durante le celebrazioni per il centenario della nascita di Amedeo Modigliani, Livorno divenne teatro di una delle più celebri beffe della storia dell’arte italiana. Dal Fosso Reale emersero tre teste di pietra apparentemente scolpite dal maestro. In realtà erano tutte moderne: una realizzata da tre studenti universitari e due dall’artista Angelo Froglia.

Modigliani di Livorno: le tre teste recuperate durante il dragaggio dei Fossi
Alla base delle ricerche c’era una vecchia storia secondo cui Modigliani, tornato a Livorno nel 1909, avrebbe gettato nel canale alcune sculture dopo essere stato deriso dagli amici. In occasione del centenario, Vera e Dario Durbè sostennero l’idea di dragare i Fossi per verificare la leggenda.
I lavori iniziarono il 14 luglio 1984. Dopo dieci giorni senza risultati importanti, il 24 luglio la draga recuperò una testa scolpita; nei giorni seguenti ne emersero altre due.
La scoperta provocò enorme entusiasmo. Critici di primo piano come Giulio Carlo Argan e Cesare Brandi si espressero a favore dell’attribuzione a Modigliani. Federico Zeri, invece, rimase fortemente scettico.
Ma quelle opere non risalivano affatto all’inizio del Novecento.
Gli studenti del trapano e l’esperimento di Angelo Froglia
Circa un mese dopo, gli universitari livornesi Pier Francesco Ferrucci, Michele Ghelarducci e Piero Luridiana si presentarono al settimanale Panorama. Ammettevano di aver realizzato la cosiddetta testa numero 2, utilizzando anche un comune trapano elettrico, per poi gettarla di notte nel Fosso.
Avevano fotografie che documentavano la realizzazione. Quando alcuni esperti continuarono a dubitare della loro versione, i tre riprodussero una testa durante uno speciale televisivo del TG1, mostrando pubblicamente come avevano lavorato.
Restavano però altre due sculture. A rivendicarle fu Angelo Froglia, ventinovenne livornese che fornì un filmato della loro realizzazione. Froglia spiegò che il suo intento non era una semplice goliardata: voleva sperimentare quanto media, aspettative ed esperti potessero condizionare la percezione dell’autenticità di un’opera.
Per questo parlare semplicemente di “truffa” è impreciso: non si trattò della vendita fraudolenta di falsi Modigliani, ma di una beffa e di un esperimento provocatorio che mise in seria difficoltà parte del mondo della critica d’arte italiana.